Omelia del vescovo per l’inaugurazione dei restauri

“Sempre la domenica per il cristiano è festa, la grande festa che ricorda la Risurrezione del Signore. In questa comunità, questo giorno di festa, ha un motivo particolare. Quello di riavere in tutto il suo splendore la sua casa, casa di Dio e del popolo di Dio. La festa però noi la viviamo secondo il cammino della quaresima, noi siamo invitati a proseguire l’itinerario quaresimale accompagnati dall’ascolto della Parola di Dio, che ha messo al centro l’episodio unico nel Vangelo della trasfigurazione. Gesù mostra improvvisamente a tre dei suoi discepoli la sua gloria, quella gloria che gli compete come figlio di Dio e che è nascosta dall’umanità che egli ha assunto. Avendo davanti a noi questa immagine, questa realtà, la Chiesa ci fa riflettere sulla Quaresima come tempo di incontro con Dio, quasi a squarciare la quotidianità della nostra vita. Gesù per un breve tempo si trasfigura e poi ritorna alla sua condizione abituale. Però ci vien detto: ricordati, nella tua vita c’è una condizione particolare. Questa condizione viene rivelata quando ti incontri con il Signore. Questo richiamo è particolarmente importante per il nostro tempo. Tempo in cui via via si è sviluppato quell’atteggiamento secondo il quale Dio non è così presente, Dio è staccato dalla nostra realtà e ci va bene così, perché vogliamo essere noi protagonisti. La conseguenza è quella di un clima di secolarizzazione: il tempo lo ripieghiamo su se stesso, non lo apriamo all’incontro con Dio. Facciamo conto che si possa vivere dimenticandolo o relegandolo da parte. Quanto spazio diamo alla presenza di Dio nella nostra vita? Il giorno delle ceneri ho chiesto per questo di ridare nelle nostre famiglie almeno un piccolo spazio a Dio, all’incontro con lui nella preghiera come evento familiare, non solo come momento personale nel silenzio nel nascondimento. Questo richiamo all’incontro con Dio ci è stato proposto in modo forte dall’Antico Testamento con la vocazione di Abramo. In Abramo ritroviamo il padre della fede, colui che per primo è passato a conoscere Dio e come conseguenza di quest’incontro la vita gli è cambiata. Ha dato un senso nuovo alla sua condizione: lui ha aperto se stesso a quello che Dio gli chiedeva, ha impostato la sua vita a fare quello che Dio gli chiedeva. Scroprendo il senso della sua esistenza. Quest’incontro, questa chiamata che incide sulla sua vita, lo porta a lasciare la casa di suo padre, la sua terrà per andare su sentieri sconosciuti. Anche nella nostra vita l’incontro con Dio interviene a lasciare qualche cosa. La Quaresima è tempo in cui veniamo chiamati all’essenziale, a quello che conta. L’incontro con Dio viene proposto nel modo più splendente nella trasfigurazione del Signore. Gesù ci dice che tutto il suo essere è immerso nel mondo di Dio. Egli è il Dio fatto uomo. Ma non basta questo: di fronte a lui ecco la voce del Padre che ce lo fa conoscere. E la chiamata è: Ascoltatelo! Anche per noi una chiamata, che ci viene dall’annuncio del Vangelo. Siamo impegnati ad essere testimoni del Vangelo di Gesù Cristo. Il cammino quaresimale diventa invito all’incontro con Dio, al ritrovare la sua presenza nella nostra vita, incontrarlo a rispondere a lui che ci parla perché è un Dio vicino e dunque ad ascoltarlo attraverso quella parola splendente che è Gesù stesso. Trasfigurazione: Pietro, di fronte a questo evento che lo sconcerta, lo fa entrare in una condizione di estasi, senza forse sapere quello che dice, fa una proposta a Gesù: facciamo tre tende, una per te, una per Mosè, una per Elia. Il riferimento non è strano se possiamo pensare che il momento della trasfigurazione sia coinciso con il momento della festa delle capanne, che gli ebrei vivevano e tuttora celebrano. Il richiamo è al deserto attraversato, alla protezione di Dio su di loro, alla capanna dove Dio si incontrava. Ecco l’incontro con Dio, alla certezza di Dio presente e guida e protettore del suo popolo. Era anche il riferimento alle capanne, un richiamo alla capanna ultima, quella dell’incontro con Dio, al pellegrinaggio alla casa di Dio. Noi cristiani in questo evento ricordiamo la parola di Giovanni nel prologo: egli è venuto e ha posto la sua tenda in mezzo a noi. Questa tenda che indica la stessa umanità di Cristo ci permette di scoprire la Gloria di Dio e ci invita a quell’incontro ultimo che è frutto del nostro pellegrinaggio. Mi soffermo su questo particolare, perché oggi siamo qui ad ammirare lo splendore della casa di Dio, non è una capanna, è una bella chiesa, però il significato è proprio questo: noi qui veniamo ad incontrare Dio. Noi qui veniamo come famiglia di Dio è la casa comune della famiglia di Dio. Il suo ornamento non è solo un fatto estetico da ammirare, ma questo splendore a noi parla dello splendore di Dio, dello splendore della famiglia di Dio che è la Chiesa, della bellezza dell’umanità dei Santi, in loro vediamo i nostri compagni di viaggio in questo itinerario e tutto il complesso nel suo splendore ci richiama all’ultima casa che ci aspetta: la splendida casa del Padre. Ecco vedete allora che assume un significato quello che facciamo oggi: diventa un richiamo forte. Non è uno sforzo  di essere orgogliosi di qualcosa che ci appartiene, ma diventa una testimonianza quella che compiamo. Una testimonianza della nostra fede e diventa un impegno, un impegno a rispondere all’invito del Padre: ascoltatelo! Quando entreremo qui lo faremo per ascoltarlo e quindi per rispondere alla chiamata che ci è rivolta. Ha senso che facciamo una festa per questa inaugurazione: ha senso non solo estetico esterno, ma intero per la nostra fede. Una fede che vogliamo tenere viva, un richiamo che vogliamo ascoltare adesso anche guardando la nostra bella chiesa. Lo splendore del Cristo trasfigurato vuol diventare la trasfigurazione che noi con le nostre  povere mani vogliamo imprimere nella materia, cerchiamo di imprimere nell’anima vivendo la nostra fede ed ascoltandola”.

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